Oedipus by Robert Wilson
based on Sophocles’ tragedy Oedipus Rex

Premiered on July 5, 2018 at the Teatro Grande, Pompeii Italy
Teatro Olimpico di Vicenza, Italy oct 2018 
Music by Kinan Azmeh and Dickie Landry, costumes Carlos Soto
produced by Change Performing Arts


video tv, 01’55'' - 2018

ITALIANO︎︎︎

Può l’arte progettare il passato? Può l’arte contemporanea progettare il Mito sottraendolo all’immobilità del tempo eterno?

Testo di Achille Bonito Oliva


1La risposta è affermativa nella regia di Robert Wilson dell’Edipo Re tratto da Sofocle. Il progetto è frutto di un atteggiamento multimediale e interdisciplinare, che sfonda la specificità dei singoli linguaggi: teatro, danza, musica e arte figurativa. Prevalgono la Voce e il movimento, annunciati da un omerico Aedo che conferma l’ineluttabilità della tragedia, una tragedia universale, e perciò in più lingue.  

2Robert Wilson è artista totale che dispone le luci per produrre l’ombra. Sopportiamo l’accecamento che accompagna la sorgente dello sguardo. Ora sappiamo che l’arte richiede una doppiezza, l’oscurità e la luce. L’arte squisitamente si tiene fra le due. Accetta la travestita reticenza dell’esibizione, l’ambigua luminosità del gesto, il solare compiacimento di chi parla a Voce alta. Perché il quotidiano richiede l’eco della piazza, l’agorà affollata per il commercio sociale, dove prevale il riflettore puntato del logos.  

3Ma nello scambio si insinua sempre la pausa, il momento del conto e del tornaconto, della perdita, in cui lo scambio non corrisponde, la luce tende a stemperarsi nella sosta, a portarsi verso la perversa sincronia di un momento in cui incrociano tutte le soste e tutti gli uomini tacciono. È ora di tornare nelle case che si schiudono, proprio da questo silenzio. Si spalancano gli antri, si liberano docilmente gli imbocchi della piazza, per accogliere l’esodo di mille parole.

4Il patto del sangue, il rapporto familiare procura uno sbarramento, il tabù dell’incesto che vieta il rapporto tra madre e figlio. Ci presentiamo così disarmati all’incrocio di voci che approfittano dell’ombra, per circolare liberamente senza reticenza e senza chiedere udienza o ascolto. Anzi la Voce dell’omerico Aedo non richiede scambi, perché non è abitata dalla regola della parlata solare che aspetta sempre di entrare in confitto. La parola infatti, nella piazza, nasce sempre dal conflitto e in conflitto.

4Ora la Voce non si aspetta commercio o risposta. Segue l’ombra, la figura perduta di peso l’assiste nella sua evanescenza, tesse per essa un filo di resistenza che la imbriglia in un contorno, assecondando gli spostamenti senza ostacolarne il movimento.

5Così finalmente la Voce colora la propria cifra, si dispone a raccogliere gli echi della casa, i vuoti interni ed i suoni concitati del clima diurno, senza arrestarsi sulla soglia di nessuna pausa e di alcun confine. Perché l’arte effettua una acrobazia secondo un flusso avvolgente, i contorni di un’ombra che trattiene i lampi della piazza, le parole solari dello scambio all’aperto. L’ombra conserva una lunga memoria, un’altra ombra che si dispone a seguire il soffio del nuovo movimento.

6È sempre la madre, Giocasta, che designa il punto debole, quello legato alla terra: il tallone, la parte bassa che mette radici e le calpesta, che tende alla sosta e la dimentica nell’ulteriore spostamento. Edipo zoppica, cammina incerto del contatto con la terra.  

7Ma la casa è fasciata di specchi, per sostenere il desiderio di non incontrare il nemico. Lo specchio diventa la cornice dentro cui l’ombra inscrive il carattere femminile, la Voce ariosa che circola anche intorno alla cornice. Tutto viene minimizzato, non ci sono duelli se non di sguardi. Il colore introduce il sospetto del fuori, l’impazienza della periferia, solleva l’ombra sul piano della declamazione e della confessione erotica. Mani, occhi, orecchie, piedi ed ombelico, tutto viene miniaturizzato, così non c’è spazio per la tragedia.  

8Nelle stanze l’eros, seppur vietato ed interdetto dal tabù, corre intorno alle ombre, non trova mai dove incarnarsi e sostare, affidato al corso della phoné, deposito senza fondo che non esaurisce mai le scorte. Restando sulla propria scia, l’ombra acquista perizia e tecnica, si nomina attraverso il riflesso, l’ascolto della propria eco che rimbalza di stanza in stanza.  

9L’arte è solitaria e onanistica, disposta all’autoerotismo, a proliferare nella stanza di Venere ingannando il tempo, Cronos. Solo se si inganna il tempo è possibile fermare la parabola che oscilla sempre nel luogo di Thanatos. L’arte ha grazia e vaghezza per scomporsi fuori dai propri veli, ornata e amorfa nello stesso tempo, umbratile e aperta ai sospetti dell’ombra. Veloce nei propri slittamenti, trascorre nei passaggi della Voce decorata per farsi ammirare ed accogliere esclamazioni di meraviglia, anche nella tragedia di Edipo.

ENGLISH︎︎︎

Can art reformulate the past? Can contemporary art reformulate myth by subtracting it from the immobility of eternal time? 

Text by Achille Bonito Oliva


1The answer is yes for Robert Wilson’s staging of Oedipus Rex, adapted from Sophocles. The project is the result of a multimedia and interdisciplinary approach, which breaks through the specificity of individual languages: theatre, dance, music and visual arts. What prevails here is movement and voice, the latter embodied by a Homeric rhapsode who speaks of tragedy’s ineluctability – a universal tragedy, and therefore a multilingual one.

2Robert Wilson is a total artist who plays with lights to produce shadows. As spectators, we bear the blindness that accompanies light, the source of sight. Now we know that art requires duplicity, both darkness and light. Art is exquisitely held between these two opposing poles. Art accepts the made-up reticence of performance, the ambiguous luminosity of gesture, the bright satisfaction of those who speak in a loud voice. Because everyday life requires the marketplace echo, the crowded agora (open space) of social bargaining, where the spotlight of logos (reason) prevails.

3But a break always insinuates itself in social exchanges, that bottom-line moment of loss, in which the trade-off does not correspond, the light tends to dissolve into darkness, moving towards the perverse synchrony of the moment in which everything stops and everyone is silent. It is time to return to the house that hatch as a consequence of this silence. The doors are wide open, the alleyways leading out from the square tamely open to welcome the exodus of a thousand words.

4The blood pact of family relationship provides a barrier – the taboo of incest – which prohibits the relationship between mother and child. We, the spectators, are thus disarmed by the interweaving of voices taking advantage of shadows to circulate freely – these voices have no reticence and do not request a hearing. Indeed, the Homeric rhapsode’s Voice does not require an exchange, because it is not governed by the rule of day-light speech, which always awaits for conflict. On the contrary, words in the marketplace are always born out of and within conflict.

4Here in the palace, the Voice does not expect bargaining or responses. The voice follows the shadow – a figure without weight – and it assists the shadow in its evanescence, it weaves for the shadow a thread of resistance that harnesses her in a silhouette, following and not hindering its movements.

5Thus, finally, the Voice makes its own pitch more colourful, collecting the echoes of the house, its internal voids and the agitated sounds of day-time activities, without stopping at the threshold of a break or border. Because art performs acrobatics following an enveloping flow, that of the contours of a shadow that confines the lightnings of the marketplace, the day-light words of open exchange. The shadow has a long memory, it remembers another shadow that proceeds to follow a new movement.

6It is always the mother, Jocasta, who designates the weak point, the one tied to the earth. It is the heel – the lower part that develops roots and walks over them – which tends to stop and forget the mother in the new movement. Oedipus limps, he is uncertain of his contact with the earth while he walks.    

7But the house is wrapped in mirrors, meeting the desire not to encounter the enemy. The mirror becomes the frame in which the shadow inscribes the female character, and the airy Voice also circulates around the frame. Everything is minimized, there are no duels, only glances. Colour introduces the suspicion of life outside, the impatience of the periphery, it raises the shadow to the level of declamation and erotic confession. Hands, eyes, ears, feet and navel, everything is miniaturized, so there is no room for tragedy.    

8In the palace rooms eroticism, although forbidden by the taboo, runs around the shadows, it never finds anywhere to incarnate and stop. Eroticism is entrusted to the course of the phoné (the Voice), a deposit without end that never runs out of stock. Following its own wake, the shadow acquires expertise and technique, acquires a name through reflection, by listening to its own echo that bounces from room to room.  

9Art is solitary and onanistic, it inclined towards self-eroticism, to proliferate in Venus’ company by deceiving Chronos (time). Only by deceiving time is it possible to stop the parable that always oscillates towards Thanatos. Art enjoys grace and can let its hair down, adorned and amorphous at the same time, shadowy and open to shadow’s suspicions. Quick in its own metamorphoses, art can be seen in the Voice, decorated to be admired and welcome by exclamations of wonder, even in the tragedy of Oedipus.



video, 4’01’’ - voice: Robert Wilson, music: Kinan Azmeh -  english subtitles 2018




︎︎︎photo@ Lucie Jansch


ideazione, spazio, disegno luci e regia Robert Wilson
co – regia Ann Christin Rommen
musiche originali Dickie Landry, Kinan Azmeh
costumi Carlos Soto
collaboratore alla scenografia Annick Lavallee – Benny
collaboratore al disegno luci Solomon Weisbard
drammaturgia Konrad Kuhn
coreografia della danza nuziale Whesley Enoch
con Mariano Rigillo, Angela Winkler, Dickie Landry, Michalis Theophanous, Meg Harper, Casilda Madrazo, Kayije Kagame, Alexis Fousekis, Alessandro Anglani, Marcello di Giacomo, Laila Gozzi
e con Emanuele D’Errico, Francesca Fedeli, Annabella Marotta, Gaetano Migliaccio, Dario Rea,
Francesco Roccasecca, Beatrice Vento (Scuola del Teatro Stabile di Napoli)
voci di Robert Wilson, Lydia Koniordou, Carlos Soto
assistente regista e direttore di scena Sara Thaiz Bozano
direttore tecnico Enrico Maso
supervisore luci Marcello Lumaca
sound design Dario Felli
make up Manu Halligan con Claudia Bastia e Nicole Tomaini
ingegnere del suono Marco Olivieri
assistenti alle luci Fabio Bozzetta, Isadora Giuntini
attrezzeria Cecilia Sacchi
sarta di scena Lara Friio
assistenti ai costumi Flavia Ruggeri, Francesca Sartorio
assistenti al make – up Malvina Passaro, Elena Varone, Monica di Fenzo
realizzazione costumi CIMEC Compagnia Italiana della Moda e del Costume Milano
realizzazione scene Stage Designer Lab Milano
immagini Lucie Jansch
documentazione video Andrea Villa
assistente personale di Robert Wilson Nelson Gellrich
direttore di produzione Virginia Forlani
ufficio stampa e pubbliche relazioni Adriana Vianello – Studio Systema
assistente di produzione Maddalena Papagni, Alice Avaldi, Elisa Crespi, Andrea Villa

Spettacolo in italiano, inglese, greco, tedesco e francese, dalla traduzione originale in versi di Ettore Romagnoli (1926) e Orsatto Giustiniano (1585)

un progetto di Change Performing Arts
commissionato e coprodotto da Conversazioni | Teatro Olimpico Vicenza, Teatro Stabile di Napoli – Teatro Nazionale

© Andrea Villa 2022